Pechino '95. Prime impressioni

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Pechino '95. Prime impressioni

di Paola Melchiori

In Lapis n° 28 - Percorsi della riflessione femminile
dicembre 1995

 


Potrei sintetizzare la Conferenza di Pechino dicendo di aver respirato speranza per i prossimi dieci anni. Sono partita con aspettative relative, non sicura se sarei finita in una gran parata o in qualcosa di meglio. Sono tornata con il senso di essere stata dentro un "evento", di significato enorme. Abbiamo riso molto a Pechino sentendoci a volte in una specie di circo che raccoglieva tutta la sapienza e la follia delle donne. E abbiamo pianto molto, di commozione e di tristezza, di pena e di orgoglio.

Nel parlarne mi rendo conto della miseria delle parole a trasmettere le emozioni che ci hanno attraversato. Parlerò soprattutto del Forum delle organizzazioni non governative, della Conferenza 'povera' che ritengo abbia avuto per noi un interesse maggiore, poiché riuniva non i Governi ma soprattutto i movimenti delle donne sparsi per il mondo.

Qualunque sia stato l'esito vero della Conferenza Ufficiale, (ne scrivo in settembre, la piattaforma definitiva è appena pronta e il risultato vero, e soprattutto le implicazioni delle parole, vanno valutate con un certo tempo e lavoro), l'evento che l'ha preceduta conserva un suo valore autonomo. Al Forum hanno partecipato circa 30.000 donne, concentrate, è il caso di dirlo, in un quartiere dell'hinterland di Pechino. I giornali non hanno risparmiato agli stranieri gli infiniti disservizi di questa specie di quartiere dormitorio, disservizi consistenti nel fatto che le case dove eravamo, appartamenti popolari destinati in seguito ai cinesi, non erano finite e nel fatto che ha piovuto tutto il tempo.

A leggere i giornali anche questo colpa dei cinesi A noi che negli infami dormitori dormivamo, questa sistemazione assurda è divenuta poco a poco simpatica, nei suoi aspetti quotidiani, di case con cortile dove incontravamo gente seduta la sera a parlare, riunioni africane e asiatiche, vestiti di tutti i tipi stesi ostinatamente ad asciugare in un bagno di umidità. Eravamo vegliate da efficientissimi e simpaticissimi studenti cinesi, volontari, che arrivavano rigorosamente in gruppo alle ore più impensate per farci firmare un pezzo di carta 129 o chiederci se "tutto andava bene", che non parlavano una parola di nessuna lingua e con cui abbiamo improvvisato mimi a non finire. La sera tornavamo in bicicletta al nostro duro e umido letto con il senso di tornare "a casa". All'apertura del Forum, nel grande stadio, era quasi impossibile trattenere le lacrime al vedere l'arrivo di "fiumi di donne", da tutte le parti, di tutte le età e colori: le Maori, con i loro canti, le cinesi delle minoranze con degli incredibili pesi d'argento sulla testa, le donne disabili con le loro carrozzelle, spinte da altre donne, le ragazze giovani con tutta la loro grinta, le anziane con scritto sul petto " aging to perfection": il senso dell'umanità, tutta insieme, bella e brutta, con tutti gli aspetti del vivere, e questo senso di un "convenire serissimo" insieme.

Penso che un po' tutte abbiamo pensato lì e più ancora durante lo svolgimento del Forum: "Siamo davvero l'ultimo movimento sociale del secolo". E planetario. Le donne venivano dai villaggi del Nepal, dalle isolette del Pacifico (ormai più in network col mondo di noi italiane per l'incredibile messa in rete via Internet, subito adottata proprio dai gruppi più isolati fisicamente). Era difficile non domandarsi come avesse fatto ad arrivare in Nepal, o sul tetto del mondo o negli atolli persi nel Pacifico, il femminismo o ciò che esso è diventato girando per il mondo come una malattia infettiva e via via mutando forma. Poi sono incominciati i lavori: 300 al giorno tra workshop, lavori di gruppo o "seminari grandi", sui temi più diversi, ai livelli più diversi, dalla situazione più specifica e "micro" fino al controllo delle istituzioni finanziarie mondiali. Un lavoro diffuso, dove era difficile individuare le voci carismatiche e anche una gerarchia tematica.

Accanto a workshop tematici, le tende regionali e alcune tende su temi chiave: la pace, l'ambiente…Le tende sono stati i luoghi del confronto e dello scontro, su una miriade di temi, dai più assurdi ai più seri, rispecchianti la molteplicità dei soggetti femminili. Se qualcosa è stato volontariamente "sprecato", è stata l'occasione, forse impossibile, di tirare le fila di questo confronto. Il Forum infatti ha avuto una apertura ufficiale e una sostanziale, di merito, con analisi "regionali" (continentali) delle priorità politiche ma non ha avuto una conclusione plenaria vera e propria, rispecchiando in ciò la paura di creare aggregazioni pericolose. La politica cinese, (le donne cinesi presenti erano solo quelle dello stato maggiore del partito) e le cautele dell'establishment del movimento internazionale delle donne che lavora nelle istituzioni internazionali e che ha organizzato il Forum, si sono sommate per annacquare i possibili risultati di tanti giorni di lavoro comune in una festa finale, troppo "festaiola" in confronto all'intensità delle discussioni che l'avevano preceduta.

Ma gli esiti "veri" di Pechino sono stati affidati all'intensissimo lavoro di "messa in rete" autonoma di gruppi, per temi, per regioni, per affinità, che andrà avanti in ogni caso, e in cui il peso della telecomunicazione sarà enorme. Di cosa si è discusso soprattutto a Pechino? Ne parlerò sotto forma di "agenda", come una lista di punti offerti alla riflessione e all'approfondimento successivi. Il primo dato diverso, rispetto alle altre Conferenze ONU cui ho partecipato precedentemente, è stato il fatto, da parte del movimento internazionale delle donne, di avere sì come obbiettivo massimo di modificare il documento ufficiale dei governi, ma non "più di tanto": prevaleva la consapevolezza di essere una forza autonoma e di avere proprie agende e scadenze. Se le Conferenze ONU degli ultimi tre anni sono state essenziali come occasione di incontro e tessitura di reti, relazioni ed organizzazione, era evidente che l'"incubatore" ONU aveva fatto il suo lavoro e il suo tempo, lasciando spazio a un tranquillo senso di esistenza e determinazione, pochissimo rivendicativo, molto affermativo. Un secondo dato è stata la qualità dell'analisi sui temi della Conferenza. Molti dei temi trattati coincidevano certo con i temi ufficiali ma l'approccio è stato completamente diverso, a partire dal titolo: il Forum "delle donne" contro la Conferenza "sulle donne".

Potremmo dire che al Forum le tre parole chiave della Conferenza Ufficiale "Eguaglianza, sviluppo, e pace", sono diventate: la questione dell'empowerment, la violenza, la globalizzazione economica, la militarizzazione. È emerso con prepotenza un "tema nuovo", nel senso di non previsto nella sua ampiezza e non compreso nella piattaforma di Nairobi, tema che ha attraversato tutti i paesi e tutti gli schieramenti. Un impressionante quadro della violenza contro le donne ha infatti attraversato la Conferenza. Abbiamo ascoltato le storie delle "confort women" dei soldati giapponesi durante la seconda guerra mondiale, donne ormai anziane che hanno narrato la fine di una giovinezza e dei loro sogni di ragazze tra le braccia dell'esercito giapponese; abbiamo ascoltato le storie di ragazze quasi bambine rapite, oggi, per fornire sesso sempre più sicuro a giovani uomini del nord del mondo: italiani, tedeschi, svedesi, etc. nelle nuove mete del turismo sessuale.

Abbiamo ascoltato le donne algerine e bosniache e somale e indiane e… L'orrore è stato molto presente; a volte il peso di tanto dolore sopportato per tanto tempo, spesso nella rassegnazione più totale, era "troppo". Ma non si trattava della denuncia stancante cui siamo abituate: prevaleva il senso della conoscenza, della necessità di far emergere "tutta insieme" e insieme ad altri fenomeni apparentemente lontani, questa massa di violenza che traversa la storia: quella dei paesi ricchi come di quelli poveri, nello sviluppo come nel sottosviluppo. Tessitura necessaria di storie capaci di dare un quadro diverso del mondo e della storia. Capace di fare luce e costruire nessi là dove c'è buio, silenzio, omissione, naturalità scontata o separatezza naturale del privato. Il "privato è politico" ha rivelato altri aspetti fecondi alla ricerca e alla comprensione del funzionamento del reale.

Il Forum ha aperto una finestra che non si chiuderà più sulla violenza sessuale in tutte le forme, sfumature, entità, passando a quel nesso importantissimo che è stato l'analisi del militarismo, il rapporto tra violenza tra i sessi e spirito militare. La spinosa questione dei diritti si è giocata su questo terreno. L'universalismo, come concetto da rivendicare, è servito per affermare, come ha detto Grò Bruntland, che: "una mutilazione è una mutilazione in qualunque cultura e religione", è servito a far emergere alla coscienza del mondo, è il caso di dirlo, l'anomalia perversa per cui il soggetto donna continua ad essere considerato sempre un soggetto "a parte" nel diritto. Ma se nella Conferenza Ufficiale era importante la difesa a oltranza di questa posizione, contro tutti i fondamentalismi che rivendicavano la "libertà" religiosa e il "non colonialismo culturale del Nord", nel Forum il dibattito è andato più a fondo nella discussione critica del concetto di universalismo, del tipo di cancellazione che questo modello mentale della conquista comporta oggi per i popoli diversi che ancora gli sopravvivono. E per le donne. La provocatoria sintesi delle donne indiane: "abbiamo bisogno di molti universalismi", esprime la complessità del discorso. Aleggiava, inquietante per tutte noi, al cuore di questo dibattito, la presenza numerosissima, ultra-velata, attivissima, sia nel Forum che nella Conferenza Ufficiale, delle donne fondamentaliste, che hanno tenuto moltissimi seminari sui "diritti delle donne nell'Islam" e sull'"uguaglianza nel rispetto della differenza sessuale…". Per tutte noi si apre un confronto che sarà nel futuro ineludibile. Un altro punto importante è stato il modo di trattare la questione dello sviluppo. Nel documento ufficiale l'illusione dello sviluppo è rimasto quadro concettuale del discorso, pur limitato dalle numerose autocritiche sugli errori commessi. Nel Forum l'illusione era totalmente consumata, anche da parte di gruppi che avevano sostenuto in passato posizioni di integrazione delle donne ai processi di sviluppo. Generale era la consapevolezza che solo di devastazioni si tratta ormai sotto l'etichetta "sviluppo", che esse sono strutturalmente connesse ad un impero incondizionato dell'economia di mercato e della liberalizzazione internazionale. E che peggioreranno.

 Fame e guerre: ecco le prospettive dello sviluppo. Il sottosviluppo non è perciò qualcosa che si può eliminare, come residuo, come "difetto di funzionamento del mercato" o "imperfezione della crescita", è prodotto di un funzionamento economico ormai in espansione e di un modello di pensiero dilagante: l'universalismo del mercato che proviene peraltro dallo stesso ceppo che ha creato i diritti e la democrazia. Potremmo dire che gran parte di ciò che alla Conferenza ufficiale è stato messo sullo sfondo o è "caduto fuori" dalla piattaforma perché troppo controverso, è rimasto qui centrale. Si è perciò parlato molto del significato dei diritti come diritti economici e soprattutto di come attrezzarsi per affrontare globalmente questa devastazione generale che minaccia al Sud la sopravvivenza economica e al Nord la convivenza civile. Il progressivo deperimento del peso degli stati nazionali nelle decisioni riguardanti l'economia, il totale ristrutturarsi dei centri del potere decisionale a livello economico, è ormai cosa fatta. Per rispondere allo stesso livello si è parlato di globalizzazione necessaria del movimento delle donne.

Si è costituita una ennesima rete. Lavorerà direttamente per una riforma e un controllo dell'operato delle grandi istituzioni finanziarie internazionali, agenti di. ma anche unica difesa contro l'aggressività delle multinazionali private. Forse l'elemento più forte per il futuro è stata questa determinazione tranquilla, che viene dal Sud e che non teme di pensare "in grande". Come ha detto una donna africana al Presidente della Banca Mondiale, venuto pieno di contrizione e buona volontà ad "ascoltare le Ong": "siamo molto contente che lei ci voglia ascoltare, "come delle madri". Noi siamo qui, siamo dappertutto, veglieremo su tutto ciò che voi fate, e reagiremo". Altrettanto centrale nel Forum e ugualmente "caduto in ombra" nelle progressive contrattazioni (nei documenti ufficiali bisogna guardare quello che è sparito, oltre alle modificazioni di quello che è rimasto), per le sue implicazioni politiche ed economiche, (traffico d'armi, politica nucleare) è stato il nesso tra lo sviluppo economico e l'aumento delle guerre e della militarizzazione. Si sentiva al Forum proprio la "disperazione della pace". In particolare, l'assenza di peso politico delle donne là dove, sulla pace, si prendono le decisioni. Ma questa è solo una parte del più complesso discorso riguardante la questione dell'empowerment.

Se è ormai evidente che le donne hanno in testa un altro modello di "sopravvivenza e convivenza", come dice Raffaella Lamberti, è altrettanto evidente che in questi anni di "pubblici e nominali riconoscimenti" diventa difficile perfino difendere strumenti di protezione e rivendicare diritti minimi di uguaglianza. Il pericolo non è di essere semplicemente ignorate nella propria differenza. Il pericolo è che gli stessi spazi fisici dove essa ha preso forma vengano spazzati via. È qui che le contraddizioni sono state più forti e il discorso più debole. Infatti il lavoro svolto dalle femministe presenti nelle delegazioni ufficiali dei governi (in numero enorme rispetto al passato), ha mostrato la capacità di "fare una differenza." Tuttavia, in entrambe le Conferenze, sul piano programmatico e strategico, le proposte hanno continuato a convergere da un lato sulla richiesta di parità nella rappresentanza ai posti del governo politico, dall'altro su un messianico richiamo alle potenzialità difensive e propositive di una ormai mitica società civile, asessuata, ultima spiaggia di un bene comune e dei valori di civiltà.

Questo terreno si presenta fragile, tutto da "lavorare" sia sul piano teorico che su quello delle proposte concrete. Questi, a Pechino, mi sono sembrati i punti cruciali. Ma oltre a questo, forte è stato il piacere di vedere un evento altamente politico, in cui si parlava di cambiamento del mondo con tranquilla determinazione, assumendo e riassumendo tutta la ricchezza delle pratiche sociali, inventate in questi anni. Il piacere di vedere in atto intuizioni del passato: il tenere insieme analisi del privato e del pubblico, l'assenza di gerarchie tra temi e tra le persone, uno straordinario senso di intelligenza collettiva - il bisogno di tutte, il primato di nessuna -, il modo di lavorare come parte integrante dei contenuti, la conflittualità consapevole come elemento da elaborare.

Tutto ciò dava veramente il senso di essere a casa nel mondo, senza fratture. Hairou mi è sembrato un microcosmo: il mondo responsabilmente, conflittualmente, intelligentemente in pace. Senza illusioni. 


 

In Lapis n° 28

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